

155. Due terrorismi contro lo stato.

Da: L. Bonanate, Terrorismo internazionale, Giunti, Firenze, 1994.

Quali furono le cause del terrorismo politico in Italia? E perch
il terrorismo italiano esplose con una violenza nettamente
superiore a quella di analoghi movimenti europei? Una chiave di
interpretazione pu essere trovata osservando un'altra anomalia
tipica della situazione italiana: la compresenza di quelli che,
secondo una scorciatoia ideologica, vennero allora definiti
opposti estremismi. Sia quello di destra che quello di sinistra,
infatti, miravano alla distruzione del sistema politico:  dunque
sulle caratteristiche di quest'ultimo che si deve indagare. E'
quanto fa nel seguente passo lo storico italiano Luigi Bonanate.


Alla fine degli anni Sessanta l'Italia ha s conosciuto uno dei
movimenti studenteschi pi attivi e strutturati di tutto il mondo
occidentale, ma le condizioni generali del gioco politico non
apparivano diverse o peggiori di quelle degli altri paesi
democratico-capitalistici. Da alcuni anni, inoltre, era iniziata
quell'esperienza politica che andava sotto il nome di
centrosinistra e che, nell'intenzione dei suoi propugnatori,
mirava ad allargare la base sociale del consenso all'azione
governativa. L'Italia era inoltre caratterizzata dalla presenza
del pi forte partito comunista di tutto il mondo occidentale - un
partito giudicato dai giovani contestatori di allora addirittura
come una forza conservatrice, a causa della scelta esplicitamente
riformistica o socialdemocratica che aveva compiuto ormai da
diversi anni.
Eppure, il bilancio delle sole vittime [del terrorismo] nel
ventennio 1969-1988  catastrofico: 428 morti, cio a dire la
media di un morto ogni 17 giorni! Il numero dei feriti, il
conteggio delle azioni, rapine in banca, sequestri, scontri a
fuoco, danneggiamenti, esplosioni  praticamente impossibile da
stabilire. Basti pensare che nei cinque anni pi violenti (1976-
1980) si contarono 9673 atti di violenza politica, con una media
dunque di oltre cinque episodi al giorno. Se poi a ci si aggiunge
che alcune delle operazioni ebbero un significato simbolico di
immensa portata (primo tra tutti il rapimento e l'omicidio del
leader democristiano, allora presidente del suo partito, Aldo
Moro) e che non uno, ma due terrorismi coesistettero e convissero
nello stesso periodo, quello di sinistra e quello di destra
(colpevole, tra l'altro, delle stragi che vanno da piazza Fontana
nel 1969 alla stazione di Bologna nel 1980, all'attentato al treno
Napoli-Milano a Val di Sambro nel 1984) lo sconcerto di fronte a
queste cifre aumenta.
Proprio la compresenza di due opposti estremismi (come allora,
con una scorciatoia ideologica, sovente si diceva) rappresenta
un'anomalia tanto stupefacente che forse su di essa  possibile
incardinare un tentativo di interpretazione, dato che entrambi in
sostanza miravano a distruggere - pur con motivazioni e strategie
di lotta assolutamente inconfrontabili - uno stesso sistema
politico. E' quindi ragionevole supporre che sia proprio a
quest'ultimo che si debba guardare: quale ne era la struttura?.
Com' noto, la critica principale che alla fine degli anni
Sessanta matur nel dibattito politico italiano riguardava
l'immobilismo, ovvero il dominio esercitato dal partito di
maggioranza relativa, la democrazia cristiana, nei confronti non
soltanto dei suoi stessi alleati di governo, ma anche di gran
parte delle opposizioni, con la sua capacit o di neutralizzarle
del tutto o di inglobarle in progetti di tipo populistico. Ne
derivarono fondamentalmente due tipi di contestazione: quella di
chi - valutando che in Italia andasse sviluppandosi con qualche
anticipo un processo di ricomposizione capitalistica (come
allora si diceva) comune agli altri paesi sviluppati - giudicava
che anche i partiti operai e di sinistra si fossero lasciati
invischiare in tale processo e fossero diventati, seppur
involontariamente, degli oggettivi alleati della maggioranza
conservatrice; e quella di chi, invece, interpretando in
tutt'altro modo i segni della realt, valutava che il governo di
centrosinistra non fosse altro che un cavallo di Troia per la
conquista del potere politico da parte delle forze rivoluzionarie.
Da queste due interpretazioni discesero due terrorismi che sarebbe
fuorviante considerare in qualche modo associati, per il semplice
fatto che le loro strategie (oltre e pi che le loro ideologie)
erano assolutamente divergenti. Mentre il terrorismo nero aveva
una direzione esplicita, fermare l'avanzata rivoluzionaria con
lo stragismo (probabilmente nutrito anche da corpi separati dello
stato, o da qualche associazione segreta) e quindi con una svolta
autoritaria del governo, il terrorismo rosso parlava al potere
politico per interposta persona. Basandosi sulla sua diversa
analisi dei rapporti tra le classi, il terrorismo rosso faceva
infatti appello non al governo, ma alla classe operaia, giudicata
in quel momento addomesticata e immemore della sua vocazione
naturalmente rivoluzionaria: le azioni terroristiche avevano
cos il fine strumentale di colpire i lacch dell'imperialismo o
il SIM (lo stato imperialistico delle multinazionali), e quello
strategico di risvegliare la volont rivoluzionaria delle masse,
rispetto alle quali i movimenti terroristici si proponevano come
semplice avanguardia, pronta a lasciarsene assorbire nel momento
della lotta finale con il capitalismo morente.
Questa interpretazione (per quanto, come tutte, soggetta a
critiche o a dissensi) non soltanto trova diversi riscontri negli
scritti dei terroristi che sovente accompagnarono le loro
principali imprese, ma  particolarmente idonea a motivare
l'incomunicabilit esistita tra i due diversi terrorismi che, se
si fossero invece potuti associare, sarebbero forse riusciti a
destabilizzare irrimediabilmente l'Italia.
